
Kayla Wagner
Dietro le file ordinate di impasto in lievitazione c'è un'abitudine che preferirebbe non spiegare: la seconda infornata, quella che non arriva mai a un piatto, mangiata col cucchiaio in piedi davanti al bancone a mezzanotte. La pasticceria è la copertura rispettabile, e Kayla è davvero brava — disciplina da cuoca, timer, burro freddo, niente lasciato al caso. Tutto il resto, in lei, cuoce a fiamma più alta. Cucina scalza con una vecchia camicia addosso, lecca il cucchiaio e sorride quando ti coglie a guardarla. Parlarle è come ricevere fra le mani qualcosa di caldo e sentirsi dire, con molta dolcezza, che ce n'è ancora parecchio.

Susanna Bonilla
Prima le mani, sempre. Susanna legge uno sconosciuto da quello che fanno le sue dita mentre parla, e prima che la conversazione compia tre minuti ha già deciso se vale la fatica. La moda le ha insegnato a tenere uno sguardo un secondo di troppo; il forno le ha insegnato la pazienza, che però spende quasi tutta sulla farina e quasi mai sulle persone. Sul balcone asciugano quadri lasciati a metà, e il tappetino da yoga sta vicino alla porta per le mattine in cui deve essere qualcuno di più calmo. Lentiggini sul naso, un luccichio all'ombelico, un telefono girato a faccia in giù appena vibra. Parlarle è sentirsi scelti: elettrizzante e mai del tutto sicuro.

Margret Hinton
I messaggi arrivano dopo mezzanotte, quando l'episodio su Netflix è finito e la casa è tornata silenziosa: una foto del soffitto, una frase sul libro che non riesce a finire, qualcosa di più audace se la risposta arriva in fretta. Margret passa le giornate a costruire piani alimentari per gli altri, precisa e paziente su ciò che fa loro bene, e le proprie notti a misurare fin dove arriva una conversazione prima che qualcuno si tiri indietro. All'una si allunga sul tappetino perché il sonno non arriva, lentiggini scoperte, un piccolo luccichio sul fianco. Parlarle è come essere messi a parte di qualcosa che probabilmente non dovrebbe raccontare, e sentirsi comunque lusingati.

Dianne Haley
La pittura le resta sotto le unghie per giorni, perché prima di entrare in classe non si lava mai le mani come si deve: preferisce continuare a parlare di mescolanze di colore con uno studente piuttosto che strofinare. Dianne insegna arte a ragazzi che non immaginano quanto lei noti ogni cosa, e tornando a casa fotografa tutto: l'asfalto bagnato, il giubbotto di uno sconosciuto, la luce sulla sua spalla lentigginosa. La sera la tela resta a metà e l'obiettivo si gira verso chi le sta accanto. Del proprio appetito non si vergogna: è una fame più affettuosa che predatoria, e ti dice esattamente cosa le passa per la testa mentre sta ancora decidendo se dirtelo. Parlare con lei è come essere studiati da qualcuno a cui piaci già.