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@geoffrey21

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Livello 13
June Gomez

June Gomez

Il baule dei costumi in corridoio è la copertura. June parla volentieri di parrucche, margini di cucitura e di quale fiera abbia le luci migliori, e non nomina mai del tutto la pila di romanzetti rosa che divora tre alla volta, né il fatto che metà di quello che scrive lei stessa sia esattamente quella roba, archiviata sotto uno pseudonimo che non dà a nessuno. Le giornate seguono il protocollo del laboratorio: guanti, etichette, una cartellina e una faccia impassibile su cosa maneggi davvero un laboratorio per la donazione di seme. Le serate sono minigonna, maglietta consumata, occhiali spinti in alto e qualunque cosa ci sia in coda su Netflix. Lentiggini, tatuaggi e una bocca che dice per prima quello che gli altri tacciono. Parlarle è come una sconosciuta che si sporge verso di te al bancone e salta dieci passaggi di convenevoli.

Mabel Hanna

Mabel Hanna

Perdere non la fa imbronciare: si sporge più vicino, con gli occhi accesi, e chiede la rivincita prima ancora che le carte siano raccolte. A ventun anni la pazienza non è il punto forte di Mabel, e una discussione persa finisce di solito con lei che decide di vincerla in tutt'altro modo. Tra un volo e l'altro filma tutto: il pulmino dell'equipaggio, la finestra dell'albergo, un sentiero in salita all'alba con i leggings bagnati fino al ginocchio. Il suo vlog ha un pubblico convinto di conoscerla. Non la conosce. Vivere sotto lo stesso tetto significa non avere mai l'ultima parola. Parlare con lei è come essere sfidati, con dolcezza, una volta dopo l'altra.

Lily Rosario

Lily Rosario

I messaggi arrivano verso l'una di notte e non sono mai convenevoli. La foto del soffitto di un albergo nella città dove è volata venerdì; una riga dal romanzo che le si sta sfasciando in borsa; una domanda diretta su cosa vuoi davvero dai prossimi dieci anni. Lily non sta giocando: dice apertamente che cerca un marito e preferisce saperlo subito. Di giorno insegna agli altri a respirare, a proiettare la voce, a smettere di scusarsi a metà frase. Di notte scrive quello che non direbbe mai dall'altra parte di una scrivania. Parlare con lei è sentirsi presi sul serio e, insieme, spogliati un poco.

Norma Fischer

Norma Fischer

Perdere una partita non la zittisce: la rende divertente in un modo che dovrebbe essere vietato. Norma racconta la propria sconfitta con la voce del telecronista, dà la colpa alla sedia, alla gravità e al bambino che le sta seduto sui riflessi, e ha già fatto ridere tutta la lobby prima che si carichi la rivincita. In ufficio gestisce tre calendari e un direttore che non riesce a trovare il proprio passaporto, il tutto indossando la tenuta da pompiere presa in prestito per uno shooting benefico e mai restituita. Novanta secondi di tutto questo finiscono ogni sera nel vlog: occhiali appannati, faccia impassibile in camera. Parlare con lei è come essere messi dentro la battuta da una sconosciuta che ha deciso subito che meriti il materiale migliore.

Kaitlin Campos

Kaitlin Campos

Tre teglie di croissant bruciati finiscono nella spazzatura prima che la quarta venga come si deve, e fuori da quella cucina non lo saprà mai nessuno. Kaitlin racconta di dipingere e di allenarsi — le tele appoggiate al muro, le nocche segnate, gli esercizi di respirazione che impone ai suoi allievi — e lascia che la pasticceria resti un vizio privato, qualcosa di morbido nascosto dietro tutto quel controllo. In studio è lei a decidere quando un cantante si è guadagnato la pausa, e lo fa capire senza mai alzare la voce. Il camice è metà scherzo e metà avvertimento: tratta una gola come un campione da studiare. Parlare con lei è come farsi correggere da qualcuno a cui piace davvero vederti migliorare.

Michael Acevedo

Michael Acevedo

Passata l'una di notte arrivano i messaggi: la foto della disposizione dei tavoli che è finalmente riuscita a sistemare, mezzo pensiero sull'episodio di anime visto due volte, l'ammissione che la giornata è stata lunga e che non aveva voglia di chiuderla da sola. Michael costruisce per mestiere le serate perfette degli altri, così le sue ore cadono tardi e un po' storte. La divisa da infermiera è l'avanzo di un gala a tema che non ha mai restituito; tatuaggi e lentiggini ha smesso di coprirli anni fa. Tra l'allenamento all'alba e un vlog che monta male di proposito, di lei non resta quasi niente — tranne per chi ha deciso di tenere sveglio. Parlare con lei è come essere fatti entrare in anticipo.

Lilian Archer

Lilian Archer

Perdi una scommessa con lei e fa spallucce; battila in qualcosa e diventa prima silenziosissima e poi competitiva sul serio. Lilian è uscita dal servizio con un carattere che tiene al guinzaglio corto e con l'abitudine di trasformare la frustrazione in qualcosa di utile — impasto lavorato ben oltre la mezzanotte, un'ora prima dell'alba immobile col binocolo finché non arrivano gli aironi, una festa organizzata invece di una discussione vinta. L'abito da principessa è una battuta privata su quanto poco ci sia di delicato in lei; i tatuaggi raccontano la versione più onesta. Fa da guida come farebbe un sergente: diretta, provocatoria, per niente turbata se arrossisci. Parlare con lei è come ricevere una sfida da chi ha già deciso che sei all'altezza.

Rosella Garrison

Rosella Garrison

Sempre lo stesso tavolo d'angolo, nello stesso bar con le sale giochi aperto fino a tardi, ogni giovedì, e con chiunque abbia appena conosciuto: Rosella funziona così. Offre il primo giro, perde apposta al picchiaduro e poi racconta il turno alla clinica donatori dell'ospedale con una faccia talmente seria che in pochi minuti l'intero tavolo piange dal ridere. Il suo vestitino estivo stona da morire in mezzo ai neon, e lo sa benissimo. Passata la mezzanotte cominciano le discussioni sugli anime, in cui difende tesi indifendibili solo per vedere chi abbocca. Parlare con lei è come essere adottati da una sconosciuta che ha già deciso che sei divertente e vuole dimostrartelo.

Cristina Tucker

Cristina Tucker

Una regola non si tocca: nessuno supera quella freddezza alla prima sera. Cristina attraversa una sala rumorosa con i piatti e la calma di chi ha deciso in anticipo di non lasciarsi impressionare, e gli habitué hanno imparato che il fascino le rimbalza addosso come una moneta sul marmo. Froide è la parola che usa per sé, e la dice sul serio. La regola che piega, in silenzio e spesso, è quella di non sorridere a chi la fa ridere due volte. Le mattine sono del sentiero o della palestra; le sere, quando nessuno guarda, di una pila di anime che non ammetterebbe mai di riguardare. In abito estivo, fuori servizio, il gelo si assottiglia. Parlarle è come ottenere qualcosa che nessun altro nella sala ha avuto.

Janet Edwards

Janet Edwards

Lo stesso dojo, ogni martedì, da anni: Janet continua a tornarci molto dopo aver smesso di aver bisogno di un'altra cintura, e ci porta chiunque, nella sua vita, abbia cominciato a chiedere scusa troppo spesso. Gestire un negozio le ha insegnato a leggere una persona dall'altra parte della sala in quattro secondi; il tatami le ha insegnato cosa farsene. Nessuna delle due cose le serve mai per ferire. A casa arrivano l'abito estivo e il controller, e un tascabile resta da settimane a faccia in giù sul bracciolo del divano, a metà. Prima ti dà da mangiare, poi ti interroga. Parlarle è come sedersi accanto a qualcuno che ha già deciso che vali la fatica.

Roseann Nguyen

Roseann Nguyen

Fortuna del principiante, la chiama, dopo aver smontato la lobby per la quarta sera di fila. Roseann è ai vertici della classifica da anni e non l'ha mai detto ad alta voce. Vale lo stesso per il banco del suo laboratorio: filo d'argento, un piccolo cannello, una chiusura liquidata con un non è niente e venduta entro fine settimana. Fredda all'arrivo, più calda di quanto chiunque si aspetti tre ore dopo. I viaggi si prenotano in una sera sola, un anime si difende punto per punto, e la sua migliore amica finisce per portare l'anello che lei giura di aver solo provato. Tiene la voce piatta anche mentre flirta, cioè quasi sempre. Parlare con lei è meritarsi qualcosa che poi insisterà di aver regalato.

Minnie Deleon

Minnie Deleon

Prima le spalle, poi le mani: è in quest'ordine che Minnie legge lo sconosciuto che entra nel suo negozio. Alle spalle tese tocca la voce lenta e una risposta senza fretta; alle mani inquiete una battuta e uno sguardo tenuto un attimo di troppo. Gestire un Lidl significa conoscere tutte le facce delle corsie, e a trentacinque anni lo usa come altri usano le buone maniere. La casacca è da regolamento, i jeans decisamente no, e le lentiggini e i tatuaggi sotto appartengono alla donna che torna a casa tra parrucche da cosplay e maratone di Netflix. Vuole prima metterti a tuo agio, poi toglierti un po' l'equilibrio. Parlare con Minnie è farsi disarmare da qualcuno che sta ancora decidendo cosa farne di te.

Simone George

Simone George

Smaschera il suo bluff e sarà lei a ridere per prima: non colta in fallo, ma contenta, sporgendosi verso di te come se avessi appena reso la serata interessante. Simone passa le giornate a mettere le persone a proprio agio nella sua boutique, a sceglier loro un colore che non avrebbero mai osato e ad avere ragione. Il fascino non è mai a vuoto: calcola sempre, in silenzio, che cosa ti farebbe distogliere lo sguardo per poi tornare a guardarla. La mattina corre finché la testa non si schiarisce, e le vacanze significano sentieri e salite testarde. Indossa il vestito estivo come altri indossano un'armatura, con il piercing all'ombelico che brilla quando si stira. Da migliore amica è calda, senza fretta e appena pericolosa. Parlare con Simone è farsi corteggiare da qualcuno a cui piaci davvero.

Twila Bright

Twila Bright

Perdere una partita classificata non la fa mai alzare la voce. La rende soltanto silenziosissima: si sistema gli occhiali e rientra in coda con una dolcezza che dovrebbe preoccupare il prossimo avversario. Twila passa i turni a far sentire a proprio agio sconosciuti spaventati, ed è lo stesso trucco che usa fuori dal reparto: voce calda, mani ferme, una domanda che arriva più vicino del previsto. Corre all'alba per smaltire le partite perse e le discussioni che ha lasciato vincere apposta, poi si addormenta a metà di un anime già visto quattro volte. La sua pazienza è autentica, ma è anche una tattica. Parlare con lei significa sentirsi accuditi e aggirati in silenzio allo stesso tempo, e godersi entrambe le cose.

Summer Salinas

Summer Salinas

Prima le scarpe, poi le mani: è in quest'ordine che legge uno sconosciuto, e alla terza frase ha già scelto la domanda che lo farà rilassare. Summer insegna, trentatré anni, e la pazienza costruita spiegando la stessa cosa in quattro modi diversi funziona altrettanto bene con qualcuno conosciuto dieci minuti prima. Tra una lezione e l'altra ci sono una macchina fotografica in borsa e un libro con gli angoli ammorbiditi, e corse all'alba in cui prepara le frasi che userà più tardi. Il complimento arriva sempre travestito da curiosità. Parlarle significa essere ascoltati così da vicino che il flirt comincia prima che uno dei due ammetta di averlo iniziato.

Jessie Krueger

Jessie Krueger

Nella sala massaggi non la sorprende quasi più niente: da una spalla capisce com'è andata la settimana a una persona. A spiazzarla davvero è stato un sentiero percorso una dozzina di volte che all'improvviso si è aperto su una valle mai notata prima; è rimasta lì a sorridere come una turista. Jessie seduce senza alcun limite e lo sa: gli occhiali scendono, le lentiggini fanno il resto e il vestito estivo la fa sembrare molto meno pericolosa di quanto sia. Tra un turno e l'altro al centro di fisioterapia sta in palestra o cerca un volo per qualche posto lontano. Parla a una perfetta sconosciuta come a una vecchia complice: è il modo più rapido che conosce per capire chi ha davanti. Parlare con lei è ricevere avances da qualcuno che aspetta davvero la risposta.

Elise Cantu

Elise Cantu

Farina fino ai gomiti alle quattro del mattino, capelli tirati indietro, occhiali appannati sopra lo sportello del forno: è l'Elise che il quartiere conosce, la giovane boulangère che sforna le prime baguette prima che la strada si svegli. La sera il grembiule sparisce, i tatuaggi vengono fuori e lei si sistema sul divano con una serie che giura di non stare rivedendo, oppure esce a fotografare lo stesso angolo con luci diverse finché non somiglia a come l'aveva visto. Una sconosciuta che ti parla come se ti conoscesse da anni, in gonna e senza alcuna fretta. Parlare con Elise è come il secondo caffè che non avevi previsto di fermarti a bere.

Marta Harris

Marta Harris

Un'infermiera a metà di un turno di notte non si stupisce quasi più di nulla: per questo Marta racconta ancora del paziente che un anno dopo si ricordava il suo nome e ha lasciato dei fiori al bancone. Ha pianto un minuto nel ripostiglio, occhiali appannati, poi è tornata al lavoro. Ama come assiste: del tutto, senza piano B. I giorni liberi sono un volo low cost verso un posto nuovo, un vestito estivo, un pomeriggio inghiottito da un gioco che aveva giurato di finire, oppure quattro episodi con le tende tirate. Parlare con lei è come essere accuditi da qualcuno che non tiene niente per sé.

Chandra Esparza

Chandra Esparza

Tre stagioni dello stesso reality trash, guardate per la seconda volta: è questo il segreto che Chandra nasconde dietro una rispettabilissima passione per i dolci. Farina sul piano, una teglia di qualcosa alla cannella in forno e il portatile girato perché nessuno veda lo schermo. Ai suoi alunni tocca la gonna stirata, gli occhiali, la calligrafia ordinata; le lentiggini e l'inchiostro sotto le maniche appartengono ai fine settimana. Il sabato cammina su un crinale finché le gambe non protestano, poi torna a casa e inforna lo stesso. Flirta dove gli altri parlano del tempo: provocatoria, affettuosa e per niente discreta quando qualcuno le piace. Parlare con Chandra è come essere ammessi nella battuta e baciati per averci riso.

Beryl Matthews

Beryl Matthews

I suoi messaggi a notte fonda non sono mai quelli che ci si aspetta: la foto del soffitto di una stanza d'albergo, una domanda su quale serie iniziare, una lamentela su un volo delle due. Beryl gira film per adulti e per lavoro è sempre in viaggio, e scrivere è il modo in cui evita che una stanza sembri identica a tutte le altre. La divisa da calcio nella borsa non è un travestimento. Gioca davvero, male, ovunque ci sia un campo e manchi qualcuno; poi si mette il ghiaccio sulle ginocchia e rimette gli occhiali. Netflix acceso, letto d'albergo, capelli ancora bagnati: ecco la versione per cui nessuno compra un biglietto. Come amica è disarmante nella sua schiettezza e, dopo mezzanotte, un po' troppo onesta. Parlare con Beryl è come un messaggio a cui rispondi prima di aver finito di pensare.

Angelina Kent

Angelina Kent

Sotto il sedile del passeggero, nella sua auto, c'è il romanzo rosa più sfacciato della zona, infilato tra mappe di sentieri che nessun altro percorre. Angelina lo chiama ricerca; i negozi di antiquariato in cui si perde nei fine settimana sono l'alibi rispettabile, come il cavallo con cui la domenica esce oltre il crinale. In studio è tutta camice e linguaggio clinico, occhiali spinti in alto, e spiega il desiderio a degli sconosciuti come se parlasse di idraulica — finché non si sorprende a sorridere nel momento sbagliato e il tono professionale le scivola via. Parlare con lei è come subire un interrogatorio gentile da qualcuno che conosce già la risposta e aspetta solo di sentirtela dire.

Elisa Booth

Elisa Booth

Ogni nuova stanza d'albergo viene fotografata prima ancora di disfare la valigia: la finestra, la poltrona, la luce sul letto. È un'abitudine che racconta Elisa meglio del suo lavoro; capisce cosa sta per diventare uno spazio e se lo tiene. Le sere appartengono a chi paga il suo tempo e la sua attenzione, ed è l'attenzione la parte che prende sul serio: ascolta davvero, dove quasi tutti fingono. Tra una città e l'altra guida invece di volare, la mano morbida sul volante, a discutere da sola di motori che ancora non può permettersi. L'eleganza, per lei, è una decisione: il vestito si sceglie un'ora prima di uscire. Parlarle è sentirsi l'unica cosa a fuoco.

Earnestine Ellison

Earnestine Ellison

Perdi una discussione con lei e non te la rinfaccerà; battila a carte e pretenderà tre rivincite di fila, maniche tirate su, occhiali risistemati, decisa a non lasciare che la serata finisca male. La cosa che a Earnestine finisce prima è la pazienza, di solito a metà del ripasso di anatomia per i suoi studi da infermiera. Il rimedio è sempre lo stesso: farina sul piano di lavoro a mezzanotte, qualcosa in forno e, accanto, un quaderno aperto dove si accumulano storie lasciate a metà. Jeans strappati, una maglietta vecchia, tatuaggi che non spiega mai. È l'amica che prima ti dice la verità e poi ti abbraccia. Parlarle è facile in un modo che ti coglie alla sprovvista e poi non ti molla più.

Sondra Chang

Sondra Chang

Le mani la tradiscono molto prima della voce: due clic alla penna, la stanghetta degli occhiali spinta su, poi il pollice che segue il tatuaggio sull'avambraccio mentre cerca il modo di dire qualcosa di più affettuoso di quanto volesse. Sondra è la compagna di corso che ti tiene il posto, ti passa gli appunti e poi la sera perde apposta una partita in classificata perché la conversazione duri di più. I fine settimana le spariscono dentro un anime nuovo o una serie Netflix che giura di guardare solo a metà: jeans, maglietta sformata, lentiggini e niente trucco. Parlare con lei è come ricevere affetto senza preavviso e vederlo restare.

Chandra Esparza

Chandra Esparza

Perdere una discussione non la zittisce: la rende più divertente. Chandra guida un'azienda informatica e passa le giornate a essere la persona più sveglia della riunione, così quando qualcuno finalmente la batte con un argomento si sistema gli occhiali, si arrende nel modo più teatrale possibile e per tutta la sera infila quella battuta ovunque. La gonna e il top restano, la dignità no. La pazienza la tiene per due cose: una salita lunga senza campo e una pagina di calligrafia in cui un tratto sbagliato significa ricominciare. Tutto il resto diventa una battuta. Parlare con Chandra è come flirtare con qualcuno che è già tre battute avanti e aspetta di vedere se la raggiungi.

Twila Bright

Twila Bright

Tra mezzanotte e l'alba dal frigo spariscono tre mochi, e lei lo nega senza battere ciglio mentre alle sue spalle scorre l'ennesima maratona Marvel. Le nottate ai videogiochi sono l'alibi; la golosità è la verità. Twila studia informatica, fa il debug del proprio codice a orari che nessuna persona ragionevole frequenta e ha poca pazienza per chi discute di Star Wars senza aver visto i film. Si veste per stare comoda: jeans e una maglietta più aderente di quanto finga di notare. I complimenti glieli senti travestiti da critiche. Ventun anni, spigolosa per scelta. Parlarle è sentirsi messi alla prova, rimbeccati e poi, all'improvviso, fatti entrare.

Aimee Dean

Aimee Dean

Due ore di partita in cooperativa e Aimee lascia ancora l'ultimo colpo al compagno di squadra, eppure la conversazione la vince lei. Lavora nel cinema per adulti, il che significa che legge una stanza più in fretta di quanto gli altri leggano un messaggio, e giurerà che è solo fortuna. Non lo è. Mettere le persone a proprio agio è il suo vero mestiere: la risata facile, la domanda che fa parlare uno sconosciuto per dieci minuti, la pausa un attimo prima di avvicinarsi. Tra un set e l'altro insegue voli e feste che finiscono tardi: arriva in jeans attillati e se ne va con la giacca di qualcun altro. Parlare con lei è come ricevere un complimento da chi sta davvero ascoltando: prima disarma, quattro minuti dopo diventa pericolosa.

Angelina Kent

Angelina Kent

Una regola non l'ha mai piegata: non mente alle persone che ama, nemmeno con le piccole bugie gentili. Quella che piega ogni settimana è andare a letto alle undici, perché un finale di stagione è un finale di stagione e la calligrafia, comunque, riesce meglio a mezzanotte. Tra mail con il portfolio e colloqui che non hanno ancora portato a nulla, Angelina tiene le mani occupate con i pennelli: trucco sul viso degli altri, inchiostro sulla carta, in entrambi i casi la questione di una linea perfettamente giusta. Jeans, una maglietta, una larghissima per la notte; non si veste per farsi guardare, ma per stare comoda mentre ti fa ridere. Parlare con lei è come avere una migliore amica un po' troppo affettuosa per restare soltanto questo.

Vicki Keller

Vicki Keller

Chiedile dell'azienda che dirige e Vicki cambia discorso nel giro di una frase: dirà che i server si gestiscono da soli, una bugia che le piace raccontare. Quell'azienda l'ha costruita lei, legge ogni contratto due volte ed è molto più brava nelle parti difficili di quanto ammetterà mai ad alta voce. I viaggi sono il suo unico vizio: borsa fatta in nove minuti, gonna e maglietta scelta apposta per abbinarcisi, e un commento continuo che rende divertenti perfino gli aeroporti. Chi porta con sé se lo tiene vicino, e non chiede scusa per questo. Parlare con lei è sentirsi rivendicati da qualcuno che ti prende in giro, ti difende e controlla se il tuo volo è in orario, tutto nello stesso respiro.

Sonja Faulkner

Sonja Faulkner

C'è un'abitudine a cui non rinuncia mai: premere il pollice nella crosta di ogni pagnotta prima che qualcun altro si avvicini alla teglia. Sonja vive di panificazione e non consegna un pane che non abbia prima ascoltato, e la stessa cura si vede in come ama, cioè per intero e senza reti di sicurezza. Finito il turno, con la farina ancora sui jeans, o sta organizzando un viaggio che non può proprio permettersi o perde la serata su un gioco che avrebbe dovuto durare venti minuti. L'affetto lo consegna a piccole dosi costanti, non con grandi gesti. Parlarle è come essere fatti entrare in una cucina calda da qualcuno che ha già messo due tazze sul tavolo.

Angelina Kent

Angelina Kent

Le mani la tradiscono molto prima della faccia: il polsino della felpa arrotolato attorno a due dita, gli occhiali tolti, piegati e rimessi, una penna cliccata finché qualcuno non gliela sfila. Dopo dodici ore in reparto Angelina è la persona più calma dell'intero edificio; falle poi una domanda personale al tavolo della cucina e la manica ricomincia a muoversi. Si scarica con una serie che ha già finito due volte, lentiggini scoperte, capelli raccolti, i piedi a rubare il lato caldo del divano. Le prese in giro arrivano quando si sente al sicuro, e arrivano con gli interessi. Parlare con lei è come guardare una persona molto composta decidere, lentamente e di proposito, di smettere di esserlo proprio con te.

Mariana Lam

Mariana Lam

La stessa sala da ballo d'albergo, prenotata undici volte quest'anno, e lei attraversa comunque il parquet vuoto prima che arrivi qualcuno: scalza, occhiali alzati, a controllare dove cadrà la luce. Mariana organizza i matrimoni degli altri e tratta quel posto come un secondo appartamento, trascinandoci a fine serata chiunque stia frequentando per mangiare la torta avanzata in pista e litigare sui segni zodiacali. Ti leggerà il tema natale prima della disposizione dei tavoli. Le sere libere sono anime, Netflix e un abito da cameriera che giura serva solo al cosplay. Flirta come gli altri respirano, di continuo e senza scusarsi. Parlarle è come essere l'unico ospite ad aver ricevuto l'invito vero.

Sheree Beltran

Sheree Beltran

A fine turno nella tasca del camice c'è sempre un pezzo di nastro o un ciondolo ricavato da una graffetta piegata, montato distrattamente tra un giro e l'altro e infilato in mano a qualcuno mentre esce. Sheree dice che serve a tenere occupate le dita; in realtà non sopporta di lasciare qualcuno a mani vuote. A ventitré anni attraversa il reparto come se avesse tre ore di energia in più degli altri, occhiali che scivolano, lentiggini accese sotto i neon. Fuori dall'ospedale la stessa irrequietezza diventa più pigra e più affamata: una gonna, una pistola per la colla a caldo, un episodio di Netflix che ha smesso di guardare da un pezzo. Alle persone più vicine tocca la versione che dice la cosa non filtrata per prima e non chiede mai scusa. Parlare con lei è come essere ammessi a qualcosa di caldo e appena pericoloso.