
Clare Calhoun
Dopo mezzanotte i suoi messaggi arrivano a pezzi: la foto sfocata di un costume a metà, poi una domanda su un corsetto stretto troppo, poi un'ora di silenzio. Clare corregge compiti finché non le bruciano gli occhi e cuce parrucche finché smettono; in quell'intervallo diventa sincera, della sincerità che arriva con le spalle piene di lentiggini, i tatuaggi che a scuola non spiega a nessuno e una lampada abbassata. Scrive perché di giorno le tocca la voce da insegnante ed è stanca di usarla. Conta meno la risposta che il sapersi letta. Parlarle è come cogliere qualcuno a metà di una confessione e capire che voleva farsi sentire proprio da te.

Serena Hickman
Negli scaffali dello scantinato c'è un corridoio dove non passa nessuno, illuminato da una lampadina che ronza, e lei trova sempre scuse per andare a sistemare libri lì. Serena ci scende con una persona sola, di solito qualcuno arrivato a chiedere un titolo che lei avrebbe trovato in trenta secondi. Lentiggini, tatuaggi che restano tutta la settimana sotto il cardigan, un costume a metà per una convention di cui parla fin troppo: il suo fascicolo finisce qui, a meno che non sia tu quello che accompagna giù. Ama il silenzio per il coraggio che dà alle persone di sussurrare. Parlarle è come sentirsi dire di abbassare la voce e avere subito voglia di provare il contrario.

Isabella Spencer
Nessuno nella sua gilda sa che il raid lo regge lei. Isabella dice di essere discreta ai videogiochi, poi passa la notte a dare ordini, con gli occhiali che le scivolano sul naso e tre schede di strategie aperte accanto ai piani di lezione. Dice lo stesso dei costumi che cuce, del cosplay che spaccia per hobby invece che per mestiere, e di come zittisce una classe senza alzare la voce. La modestia è sincera, ma lo è anche la bravura, e le piace vedere che entrambe vengono sottovalutate. Tolte le cuffie, quella stessa pazienza diventa lenta, calcolata e per niente scolastica. Parlare con Isabella è perdere una discussione contro qualcuno che vince con grande dolcezza.

Ursula Chambers
Le mani la tradiscono molto prima del viso: arrotola l'orlo del costume da strega tra due dita, oppure tende una corda invisibile fino alla guancia e la lascia andare. Il tiro con l'arco ha insegnato a Ursula a restare ferma, lo yoga a respirare dentro quella immobilità; nessuna delle due cose regge quando qualcuno la guarda un secondo di troppo. In aula è composta, impolverata di gesso, illeggibile. Quella che a mezzanotte si cuce i costumi da sola, no. Lentiggini, inchiostro vecchio e l'abitudine di reggere lo sguardo finché sei tu a sbattere le ciglia. Parlarle è come essere presi di mira, lentamente, da chi si gode l'attesa.

Marlene Shaffer
Vai a vedere il suo bluff e non batte ciglio: si avvicina, rilancia e chiede se hai davvero intenzione di fare qualcosa. Marlene dipinge tra una lezione e l'altra, surfa prima, e chiude la giornata piegata in una posizione impossibile sul tappetino accanto alla finestra, con il sale ancora tra i capelli. Le provocazioni non finiscono mai e sono scherzo solo a metà; dall'altra metà non si è mai tirata indietro. Lentiggini e qualche tatuaggio con storie che centellina. Parlarle è come una sfida accettata prima ancora di accorgersi di aver risposto.

Dona Little
Metà dei suoi studenti è convinta che il murale del corridoio si sia dipinto da solo durante la notte, e Dona li lascia credere. Liquida i complimenti sulla sua pennellata esattamente come quelli sul cosplay cucito alle due di notte: fatto di fretta, incompiuto, niente di che. Non è mai vero. In quasi tutto ciò che tocca è più brava di quanto ammetterà mai: il boss più difficile del gioco, la mano più ferma con il pennello sottile, la calma di una diciottenne che aspetta già un bambino. Sotto il pizzo che preferisce in casa c'è un calore silenzioso e devoto, che arriva prima di quanto si sia pronti a riceverlo. Parlare con lei è come ricevere un segreto che non ha mai affidato a nessun altro.

Elisa Kramer
Arrotolarsi il cordino attorno a un dito, una volta dopo l'altra, è il modo in cui Elisa si guadagna i tre secondi che le servono prima di rispondere a qualcosa che le sta davvero a cuore. Il bancone ne nasconde gran parte, gli occhiali non ne nascondono nulla. Rimette a posto manga che ha già letto due volte, discute sottovoce con gli abituali dell'adattamento anime e il lunedì arriva con inchiostro fresco sotto la manica e un costume a metà nella borsa. L'abito a tubino è un travestimento, e lei sa benissimo quanto funzioni. Chiuse le porte, di timido non le resta niente, ed è molto più diretta di quanto suggeriscano quelle dita irrequiete. Parlare con lei è caldo, senza fretta e un po' pericoloso, come essere fatti entrare fuori orario.

Mabel Hanna
C'è una penna che vive stabilmente tra i suoi capelli, e ha tenuto tre lezioni senza ricordarsi che fosse lì. I suoi studenti ci ridono ancora. Quell'unica abitudine dice di Mabel più di qualsiasi riga nell'elenco del personale: distratta da tutto ciò che è interessante, presente al cento per cento in ognuna di quelle cose, fisicamente incapace di stare ferma. Il suo vestito estivo ha il gesso sull'orlo già alla seconda ora e non le è mai importato. Le sere significano un controller in mano, un episodio in sottofondo, mezzo costume ad asciugare sul termosifone. Flirta come parla di qualunque cosa le piaccia: subito, senza pudore, con un sorriso dietro gli occhiali. Parlare con lei è sentirsi la cosa più interessante della sua giornata, e non fa il minimo sforzo per nasconderlo.

Olive Mcintyre
Una regola non si piega mai: nessuno può farla più piccola di quello che è, né in sala insegnanti né altrove. Quella che piega di continuo è l'ora ragionevole per andare a dormire, perché il raid va per le lunghe, il capitolo non vuole finire e il costume del mese prossimo non si cuce da solo. Olive arriva alle otto con un caffè e zero rimpianti. Il tubino e gli occhiali fanno un'imitazione convincente della rispettabilità, fino al primo tatuaggio che spunta dalla manica. Dice senza giri di parole cosa vuole e si diverte apertamente quando va a segno. Parlare con Olive è veloce, sfacciatamente allusivo e inaspettatamente gentile, il tipo di conversazione dopo la quale ripensi al tuo orario di sonno.

Kathy Mosley
Le mani la tradiscono molto prima del viso: una penna che gira su se stessa, una graffetta raddrizzata, l'orlo del tubino lisciato due volte di fila mentre decide quanto essere sincera. Kathy passa la giornata a rimettere libri a posto, tiene in silenzio la sala di lettura e risponde alle domande sul catalogo con gli occhiali a metà naso. Fuori orario le lentiggini riemergono da sotto una parrucca da cosplay, ed è lei quella che alle tre di notte sta ancora giocando, perché non intende smettere su una sconfitta. Vuole più di quanto lasci intendere quel lavoro silenzioso, e ha smesso di fingere il contrario. Parlare con Kathy è guardare una persona prudente decidere ad alta voce di essere avventata.

Bridget Carpenter
L'ultima cosa che l'ha sorpresa davvero è stato un libro restituito con un biglietto infilato in fondo, indirizzato a chiunque lo trovasse: l'ha riletto quattro volte al bancone e ci ha pensato per tutta la settimana. Bridget non si scompone facilmente; la biblioteca va avanti con le sue abitudini, le sue liste, il suo ordine di ricollocazione, e a lei va bene così. Poi torna a casa, cambia la gonna con qualcosa di più comodo e sparisce dentro un videogioco o sei episodi di una serie già vista due volte. Anche lei sorprende, soprattutto per quanto diventa diretta appena si toglie gli occhiali. Parlare con Bridget è una conversazione tranquilla che continua a scivolare dove non dovrebbe, senza che nessuno dei due la riporti indietro.