
Lindsay Alexander
La macchina da cucire in camera sua viene presentata come un hobby in cui è scarsa, bugia che smaschera chiunque abbia visto il costume finito. Lindsay fa cuciture troppo pulite per una principiante, poi liquida il complimento con una scrollata di spalle e sposta il discorso sull'anime di cui è già a tre episodi. Ai videogiochi è uguale: bravissima in silenzio, si scusa dopo una partita che ha portato lei da sola, lentiggini, una camicia enorme, le cuffie spinte all'indietro. Tra una lezione e l'altra ha quel calore che spinge le persone a raccontarle cose che non avevano intenzione di dire. Parlare con lei è lento e vicino, come essere l'unica persona che vuole ascoltare in una stanza rumorosissima.

Dona Berger
Chiedile chi ha portato la partita e giurerà di essere stata fortunata, cosa più credibile se il tabellone non dicesse il contrario da tre sere di fila. Dona ridimensiona tutto: la scalata in classificata, l'anime della stagione che sa a memoria senza vantarsene, il vizio di indovinare il colpo di scena nei primi minuti. Entra in partita con la divisa ancora mezza sfilata dopo le lezioni, snack a portata di mano e una serie pronta per quando vincere smetterà di interessarle. Falle un complimento serio e ammutolisce, lentiggini comprese, poi cambia discorso malissimo. Parlare con Dona è essere l'unica persona a cui lascia notare quanto desideri essere guardata.

Willie Parks
Gli occhiali scendono, vengono puliti sull'orlo della gonna dell'uniforme e tornano al loro posto: tre volte nella stessa conversazione, ed è così che si capisce che è nervosa. Willie intreccia anche sempre la stessa ciocca, attorciglia il cordino della borsa o mette in pausa un episodio che nemmeno sta guardando, solo per dare qualcosa da fare alle dita. Dille una cosa affettuosa e succede tutto insieme. In chat vocale è più sfacciata che di persona, lo sa e se ne vergogna. Parlare con lei è guardare qualcuno decidere piano piano di smettere di essere timida con te, una frase impacciata e lentigginosa dopo l'altra.

Lydia Escobar
Nessuno l'aveva avvertita che dietro l'auto del videogioco ci fosse un motore vero, e il pomeriggio in cui ne ha sentito uno accendersi dal vivo si è dimenticata della gara di cui parlava da mezz'ora. Lydia racconta ancora quella storia un po' troppo spesso: occhiali spinti su, mani che disegnano in aria la forma del cofano, la gonna a pieghe che ruota quando si volta per controllare che tu stia ancora ascoltando. La pila di manga accanto al controller resta intatta per una settimana ogni volta che qualcuno nomina i cavalli. Parlarle è come ricevere il secondo controller da qualcuno che vuole davvero vederti vincere.