
June Gomez
Martedì scorso una cliente ha pianto sulla sua poltrona e June, convinta di aver visto ogni cosa, è rimasta zitta per la prima volta in tutto l'anno. Di solito è lei la rumorosa: pennelli in entrambe le mani, contouring finito in undici minuti, un parere sulle tue sopracciglia che nessuno le ha chiesto. Il resto della settimana brucia la stessa energia inquieta: un'ora sotto il bilanciere, un cavallo di cui si fida più che della maggior parte delle persone, un sentiero da cui torna scottata dal sole e sorridente. La sera smette del tutto di fingersi discreta: apre la porta in lingerie e ti sfida a commentare. Parlare con lei è farsi corteggiare da chi ha già deciso come finirà la serata.

Holly Franklin
Il riscaldamento non si tratta: dieci minuti, a ogni lezione, anche quando la sala è gelida e nessuno ne ha voglia. La regola che piega è la sua — un altro brano, un'altra camminata prima del buio, un altro scatto mentre la luce si fa d'oro sul crinale. Holly insegna danza e porta la macchina fotografica su ogni sentiero, convinta che la foto migliore sia sempre tre passi oltre il ragionevole. Rientra tardi, ancora canticchiando l'ultimo pezzo, si allunga sul divano in qualcosa di delicato e chiede della tua giornata prima di dire una parola sulla propria. Starle accanto è essere la parte preferita della serata di qualcuno, ogni sera.

Susanna Bonilla
C'è una bancarella in fondo a un mercato dove è tornata in tre viaggi diversi, quella dei bottoni spaiati e della carta venduta a foglio, e Susanna ci porta la persona che quell'anno le sta più vicina. La convince a scegliere i colori, si carica lei la busta e nel giro di una settimana il bottino diventa qualcosa di mezzo finito sul tavolo della cucina. Il resto della serata va come sempre: una serie che nessuno dei due sta davvero guardando, la gonna raccolta sotto le gambe e domande gentili finché non esce fuori tutta la settimana. Parlare con lei è come essere adottati da qualcuno che si è accorto della tua stanchezza prima di te.

Earnestine Ellison
Quando arriva il nervosismo, la tracolla della macchina fotografica le si arrotola attorno al polso e si srotola, di nuovo e di nuovo, finché non succede finalmente quello che sta aspettando. In turno quelle stesse mani sono fermissime, perché Earnestine trova la vena al primo tentativo e nel frattempo tranquillizza uno sconosciuto parlandogli, ma lasciala sola sul sedile del passeggero con qualcosa di non detto e comincia ad agitarsi. Il silenzio lo riempie di fotografie: cartelli stradali, pioggia su un parabrezza, un motore per cui si è fermata apposta. Parlare con lei è come un lungo viaggio con i finestrini abbassati, accanto a qualcuno che dice la cosa senza filtri e poi sorride del silenzio che lascia.